Psicologia canina
Perché
vogliamo parlare di psicologia canina ? Bè, sostengo che per godersi il proprio
amico a quattro zampe sia necessario saper comunicare con Lui. Qual è il
miglior modo se non quello di imparare a pensare come il nostro amico ? Un
errore che troppo spesso facciamo è di trattare il cane in modo diverso da
quanto prevede le sua natura. L’errore più comune è quello di trattarlo da
umano. Questo fenomeno si definisce antropomorfizzazione.
Da dove iniziare ? Cominciamo con il dire che il cane è un animale abitudinario e che associa sempre ad uno stimolo ed una risposta un premio. Seduto ! Lo facciamo sedere e poi diamo il premio. Attenzione a non esagerare con il premio. Ma che premio ? Non quello che piace a noi, ma quello che più piace a lui. Ad esempio ci sono soggetti che preferiscono il contatto umano e le carezze, altri il gioco come ad esempio con la pallina o diversamente il cibo. Questi tipi di gioco vanno eseguiti per poco tempo in modo da non stancare psicologicamente il cane e lasciarlo così sempre desideroso per quel determinato gioco. Perché i cani inseguono generalmente la mitica pallina ? Per istinto predatorio. Chi più chi meno, ma ci si può lavorare su, facendo attenzione ai tempi ed ai modi sempre più simil veri ad una preda.
Ma
il cane ci vede davvero come suo capo branco o meglio come proprio simile ? NO !
Sa benissimo che siamo diversi. Pensate che tra scegliere di giocare con noi ed
un gruppetto di suoi simili, rimarrebbe con noi ? Sarà rarissimo, a meno che il
cane non abbia problemi di ordine sociale.
Ricompense
e punizioni
Il principio
della ricompensa e della punizione è alla base dell’educazione del cane. Sia
la ricompensa che la punizione hanno un senso se impartite nell’immediatezza
dell’azione dell’animale, altrimenti quest’ultimo non assocerà quello che
ha fatto a quello che ha ricevuto. E’ consigliabile mantenere una certa
costanza nei premi come nelle punizioni e fare in modo che una stessa azione sia
lodata o condannata in ogni momento da chi è responsabile dell’educazione.
Stabilire
subito il rapporto gerarchico
Il
cane per istinto cerca nel suo nucleo, sia animale che umano, un capo del
branco: il padrone deve affermarsi come tale ed il cane, riconosciuta la sua
autorità, sarà disposto ad accettare gli ordini da lui impartiti. La posizione
dominante del padrone deve essere riconoscibile da alcuni comportamenti, come il
precedere l’animale nell’attraversare le porte, mangiare prima di lui e
scegliere i posti della casa dove il cane può stare; è importante anche non
subire le iniziative del cane siano esse di gioco o di altro genere.
L’educazione
deve essere impartita da tutta la famiglia
Tutti
i componenti del nucleo familiare presenti nella casa dove viene accolto il
cucciolo devono concorrere alla sua educazione. E’ fondamentale che ciò
avvenga in maniera omogenea e che non si creino situazioni in cui un familiare
sia più "buono" ed uno più "cattivo" o che uno contraddica
con un suo ordine l’altro; questo non fa che disorientare il cane che non sa
più a chi deve dare retta.
Imparare
giocando
Se
s’insegnano i comandi fondamentali e le regole principali attraverso il gioco
il cane le apprenderà più velocemente. Non bisogna forzare l’animale ma
cercare di educarlo quando è disponibile; il gioco aiuta molto perché fa in
modo che il cane apprenda senza che questo diventi per lui una sorta di lavoro.
Il
rapporto con gli altri
Il
cane deve essere messo a contatto con le altre persone quanto prima, in modo da
prender coscienza del mondo che lo circonda ed adattarsi a tutte le situazioni.
Il cane, inoltre, non deve limitare con le sue manifestazioni il rapporto del
padrone con i propri conoscenti; se non si vuole che il cane salti addosso e
annusi tutti quelli che entrano in casa, è necessario premiarlo quando non lo
fa.
Il
rapporto con gli altri cani
Quando
arriva a casa un nuovo cucciolo, è necessario che il padrone rassicuri il cane
che già c’era riguardo al suo affetto e lasci che i due animali stabiliscano
una loro gerarchia.
Il cane tende ad avere atteggiamenti di sfida e attacco
nei confronti dei simili che incontra per strada e il padrone deve evitare per
quanto possibile gli scontri; a volte gli animali si battono per dimostrare la
loro forza al padrone e se questi non gli presta attenzione abbandonano la lotta
Parlare
ai cani
Avere il controllo dei propri
mezzi per "comunicare" e quindi farsi capire o rispettare, o
meglio ancora il saper "sintonizzare" il proprio linguaggio con
l'altro regolandosi su un "buon ascolto" appare più evidente
se il soggetto della comunicazione (l'altro) è di diversa natura, mi riferisco
in questo caso agli animali ed in particolare al cane.
Chiunque abbia avuto
l'occasione di condividere un certo tempo con un cane sa che la comunicazione
tra gli umani ed i cani è possibile. Ma la precisione della comunicazione e
la comprensione reciproca approfondita hanno bisogno di compilatori che
"traducano" la nostra lingua nella loro e ci consentano di capire con
sufficiente precisione cosa i cani ci vogliono dire e come.
Una prima evidenza cruciale
va tenuta presente: gli esseri umani dispongono di un linguaggio simbolico che
permette la meta-comunicazione (parlare della comunicazione), mentre i
cani no. Questa è una differenza sostanziale che va sempre tenuta presente: noi
possiamo passare ore a discutere se quello che mi hai detto aveva proprio
quell'intenzione mentre per i cani questo doppio livello dialettico non ha alcun
significato.
La comunicazione umana
viaggia su due livelli : il contenuto esplicito (il verbale) e il
"supporto" su cui la comunicazione si appoggia (non verbale e
paraverbale). Sappiamo ormai con certezza che l'efficacia della comunicazione
tra umani è a vantaggio del secondo aspetto (non verbale e paraverbale) e che,
in caso di incongruenza, l'umano spontaneamente dà credito al non verbale.
La comunicazione con i
cani è quindi affidata totalmente al non verbale:
i cani sono eccellenti decodificatori del nostro non verbale, molto più acuti
di noi. Il luogo comune dei cani che "sentono" il nostro stato d'animo
non è privo di verità: la loro capacità di leggere anche i minimi segni che
inviamo, unita ad un senso dell'olfatto sviluppatissimo che li porta a rilevare
tutti i segnali chimici connessi ai nostri stati d'animo, li rende eccellenti
interpreti della nostra razza.
Se è chiaro il modo
attraverso cui si può comunicare con loro, non altrettanto scontato è l'ambito
di interesse comune. Noi umani comunichiamo tra noi su tutto lo scibile,
dall'ultimo abito di moda alla teoria della relatività. I cani comunicano tra
loro sulla base di altri interessi e di una diversa scala di valori.
Non dimentichiamo infatti che c'è una discendenza diretta del nostro attuale
cane familiare dai lupi. I lupi sono canidi sociali che vivono in branco e sono
predatori normalmente di animali di dimensioni ragguardevoli rispetto alla mole
del singolo individuo. Questo ha portato la specie ad acquisire una
comunicazione estremamente efficace interspecie per tutto quello che concerne la
vita sociale, in modo da poter vivere in gruppo senza uccidersi reciprocamente,
da poter cacciare in accordo con gli altri membri e da poter allevare la prole
con successo.
Sappiamo molto della
comunicazione interspecie grazie agli studi effettuati sui lupi, sia in cattività
sia allo stato libero. I nostri cani, pur essendo perenni "lupi
bambini" (neotenia) sembrano ancora perfettamente in grado di comunicare
con i loro progenitori, pertanto è possibile supporre che i codici
comunicativi che valgono per i lupi siano altrettanto efficaci nella nostra
ricerca di un "dizionario" per comunicare coi nostri cani domestici.
Il messaggio fondamentale
per un canide sociale predatore è dato dalla struttura gerarchica del gruppo
nel quale è inserito. Al di là di
tutte le considerazioni anche etiche, più o meno corrette, che lo studio dei
branchi ha evidenziato, in questo tipo di società è fondamentale per ogni
individuo conoscere quale è l'organizzazione operativa dei membri, a chi si
deve fare affidamento in caso di emergenza, quale è il posto che ogni singolo
occupa, quali sono i suoi "diritti e doveri".
E se questa può sembrare tematica da poco, non dimentichiamoci che la finezza
in questa comunicazione significa la salvezza della specie : se infatti non
fosse chiaro (e ritualizzato) se il comportamento che il singolo agisce è per
gioco o serio, questi animali in breve si ucciderebbero tra loro.
I cani probabilmente vivono
con noi da circa 15.000 anni: in termini evolutivi questo è un tempo abbastanza
breve per aver cambiato drasticamente il sistema comunicativo di base. Ciò
significa che, pur in una organizzazione ambientale profondamente differente, i
nostri compagni canini hanno ancora fortemente bisogno dei punti di riferimento
che in natura hanno consentito loro il mantenimento della specie.
Provate ad immaginarvi di essere un cane di famiglia : siete totalmente
dipendenti dalla volontà di un essere di un'altra specie per tutte le esigenze
primarie (mangiare, bere, dormire, evacuare etc.), venite
"sballottati" da un luogo all'altro (casa, macchina, vacanze etc.)
senza sapere dove venite portati, quanto tempo durerà, venite lasciati soli per
non sapete quanto….
Senza entrare troppo nella discussione in corso tra studiosi che oppone coloro
che ritengono che il cane di famiglia identifichi i suoi conviventi umani come
parte del suo branco o meno, è abbastanza chiaro quanto sia importante per il
nostro cane capire come è fatta l'organizzazione sociale in cui è inserito.
E qui sorgono i primi "effetti
false friend": noi umani, inconsapevolmente, mandiamo
segnali al cane che, nella sua "lingua", hanno un significato
profondamente diverso dalle nostre intenzioni.
In più, per noi umani sono fondamentali alcune risposte dal nostro cane di
famiglia che talvolta (o spesso) per lui non hanno alcun significato, se non
peggio, quando sono in aperto contrasto con la sua natura.
Il dilemma non è insolubile
come sembra; è fondamentale però, a mio parere, convincersi di un presupposto.
Siamo noi umani a dover fare il primo passo (e lo sforzo) di imparare la
lingua dei cani prima di pretendere che loro imparino la nostra.
E l'unica strada percorribile
che finora sembra aver dato grandi risultati è quella che passa per lo studio
accurato della grammatica e della sintassi del linguaggio dei canidi sociali
(lupi e cani) e dell'ambito di applicabilità, oltre alla profonda
comprensione delle "ragioni d'essere" della razza. Solo in questo
modo, seppur con uno "slang" non sempre corretto, ci sarà
possibile avviare un "tavolo di comunicazione" con i nostri
cani famigliari e pensare poi ad insegnare loro, almeno parzialmente, il nostro
modo di comunicare.
La bibliografia in merito è
vasta e un articolo non può certamente coprire tutti gli aspetti della
comunicazione; certamente però alcune macro indicazioni possono essere utili a
livello generale, lasciando al singolo l'approfondimento e, soprattutto, la
ricerca del senso che muove il cane e gli fa agire un certo comportamento
(motivazione).
La prima macroindicazione che
ci sembra fondamentale per chiunque condivida la vita con un cane riguarda i
principali segnali che il cane interpreta per chiarirsi la struttura sociale
del branco familiare in cui è inserito.
La figura di riferimento di un branco di canidi (o leader o capobranco) ha la
gestione delle risorse critiche, gode del rispetto di tutti i membri del branco
e funge da garante della sicurezza.
Questo si sostanzia, tra le
altre cose, in:
|
|
Priorità
nell'accesso alle risorse quali cibo, posizioni critiche, priorità nei
saluti |
|
|
Controllo
accessi e presenza in caso di allarme |
|
|
Determinazione
della direzione da seguire. |
Se traduciamo questo in
comportamenti e relazioni sociali tra cane di famiglia e uomo ciò significa:
|
|
Chi
mangia per primo (quanti cani ricevono il cibo prima che noi ci sediamo a
tavola? |
|
|
Chi
dorme sui luoghi alti e comodi (divani, letti etc.) |
|
|
Chi
decide quando iniziano e finiscono i cerimoniali di saluto e i giochi
(quanti padroni, appena arrivano a casa, salutano con feste i propri cani
che li hanno aspettati a casa tutto il giorno?) |
|
|
chi
controlla i passaggi critici (soglie, passare per primo dalle porte etc.) |
|
|
chi
stabilisce se un evento è pericoloso per la salvaguardia del branco
(quanti cani "difendono" aggressivamente il proprio territorio,
la propria macchina, la propria ciotola?) |
Noi umani diamo un
significato a certe azioni (es. al cane viene dato da mangiare prima della cena
di famiglia in quanto è più agevole per chi prepara) che però, nel linguaggio
del cane, significano ben altro (effetto false friend). Per il cane è
geneticamente fondamentale leggere la relazione gerarchica del suo branco e, ove
non riconosce un leader che chiaramente agisce come tale, in mancanza
d'altro si arroga il difficile compito da agire da sé questo ruolo. E, lui si,
si comporta di conseguenza.
E' però fondamentale
precisare che queste indicazioni sono standard e non possono né devono essere
applicate sempre ed alla lettera : ci sono infatti cani con caratteri molto
decisi che hanno bisogno di compagni umani chiari e con modalità di
comunicazione senza eccezioni, ma non dimentichiamo che la maggior parte dei
nostri cani, soprattutto se vivono con noi da quando sono cuccioli, non hanno
necessità che venga loro ricordato, in ogni istante, chi è la figura di
riferimento. Di solito lo hanno appreso perfettamente e solo in alcuni casi,
o in certi periodi della loro maturazione (periodo giovanile, paragonabile
grossolanamente alla "crisi" adolescenziale degli umani) è necessario
ricordarlo loro.
Quello che però è indispensabile con ogni cane, indipendentemente dal
carattere e dal momento di vita è la coerenza non solo personale
(se il cane non può salire sul divano non può farlo mai, anche quando siamo
depressi e abbiamo bisogno di un ammasso di pelo su cui piangere) ma di tutti
i membri della famiglia in cui è inserito, onde evitare che con alcuni il
cane pensi di potersi comportare diversamente (tipico è il caso in cui il cane
non ringhia agli adulti quando gli chiedono di lasciare loro una preda che ha in
bocca mentre la stessa richiesta, fatta dal bambino, fa apparire ringhi di
avvertimento se non dimostrazioni di intolleranza).
Ecco allora spiegati molti comportamenti che spesso i proprietari non riescono a
interpretare: cani che ringhiano se si prova a toglier loro la ciotola o un
gioco o a farli scendere dal divano, cani che "pizzicano" i bambini
che li stanno torturando da ore etc.
E' necessario sottolineare
che il rispetto del cane va raggiunto attraverso la nostra dimostrazione,
nella sua lingua, di autorevolezza; l'autoritarismo, soprattutto se condito
dalla violenza, porta solo ad avere un animale che non ci capisce e che basa la
sua relazione con noi sulla paura e non sul rispetto. Ricordiamoci inoltre che,
proprio osservando il comportamento di cani e lupi, sappiamo che la violenza,
fine a se stessa, non viene praticamente mai agita : questi animali infatti, tra
loro, esprimono comportamenti che noi umani definiamo spesso
"aggressivi" (tipico il caso della zuffa tra cani al parco) ma che in
realtà, se noi non interveniamo, difficilmente hanno esiti nefasti. I cani
infatti sono ottimi "attori" : la loro comunicazione è fortemente
ritualizzata e molto espressiva ma risponde all'esigenza naturale di evitare il
più possibile di produrre danni in quanto un animale ferito, in natura, è
maggiormente a rischio sopravvivenza.
A questo vanno aggiunti altri
2 elementi:
|
- |
Spesso
ai cani chiediamo di agire comportamenti che vanno contro le loro ragion
d'essere |
|
- |
Non
leggiamo correttamente i segnali non verbali che i nostri cani ci mandano
di continuo, (posizione delle orecchie, della coda, postura, vocalizzi,
direzione dello sguardo, calming signals etc.) fino al punto che, alcuni
cani, disimparano ad agirli a forza di non essere compresi. |
Non dimentichiamoci che le
razze canine sono un'operazione genetica totalmente umana, nata con lo scopo di
elevare al massimo alcuni tratti somatici e caratteriali propri di alcuni
individui. E' allora quantomeno bizzarro pensare che tanto lavoro è stato fatto
per garantire ad un animale un'eccezionale capacità di stanare piccole prede da
cunicoli strettissimi e stupirsi poi se, istintivamente, rincorre e cerca di
catturare il coniglio di casa o il gatto o il jogger che incontra al parco.
La nostra fortuna è che i
cani sono decisamente interessati ad adottare atteggiamenti di buona convivenza:
ciò rende possibile, attraverso un lavoro di comprensione e di educazione,
spiegare loro che alcuni "automatismi" non hanno ragion
d'essere e che il jogger di turno non è una preda da catturare.
Inoltre la nostra sensibilità e preparazione nel capire il linguaggio non
verbale del cane è spesso decisamente insufficiente: non basta più, oggi,
"aver avuto cani da sempre" per saper leggere il loro modo di
comunicare, soprattutto in una realtà sociale come la nostra dove al cane sono
richieste "prestazioni quotidiane" fuori dalle sue caratteristiche.
Ricordiamoci inoltre che dietro
ad ogni segnale non verbale che il cane invia c'è una motivazione, uno
stato interno che lo porta ad esprimere quel determinato insieme di
comportamenti.
Non esiste quindi, a puro titolo di esempio, una spiegazione unica per un cane
che abbaia e si agita quando, al guinzaglio, incrocia altri cani per strada : la
ragione per cui agisce quell'insieme di comportamenti non è univoca e solo uno
specialista di comportamento canino è in grado, osservando l'evento nel suo
insieme, di capire se la reazione è data da paura o da bullismo, da sfida o
come segnale di avvertimento o altro.
Certo molti proprietari hanno acquisito, nel tempo e con l'affetto, una certa
sensibilità all'argomento anche se, soprattutto in caso di comportamenti che
noi umani definiamo "patologici" le nostre reazioni istintive sono
quasi sempre controproducenti e foriere di peggioramenti del sintomo che non ci
piace (tipico è il caso, nella situazione citata, del proprietario che sgrida
il cane alzando la voce o che lo trascina, forzando il collare, via dall'altro
cane o che si irrigidisce non appena, in lontananza, vede apparire un cane).